Quando ho iniziato a lavorare come Dottore Chiropratico, venticinque anni fa, in Italia capitava molto spesso di dover spiegare prima di tutto che cosa fosse la Chiropratica. Da allora sono cambiate parecchie cose, è cambiato il modo in cui le persone si informano, è aumentata la conoscenza della professione ed è cambiato inevitabilmente anche il mio modo di lavorare.

In questi anni ho esercitato in contesti diversi tra Piemonte e Lombardia, passando attraverso studi medici, studi polispecialistici e studi chiropratici. Poi, progressivamente, ho scelto di concentrare tutta la mia attività nel mio studio personale a Torino, in Crocetta, dove lavoro ormai da circa quindici anni.

Guardando indietro, però, quello che considero più importante non è semplicemente il numero di tecniche che ho imparato o gli anni trascorsi in studio. Sono soprattutto le persone che ho incontrato e quello che mi hanno insegnato.

Ogni persona è realmente un caso a sé

Forse è la lezione più importante: due persone possono arrivare descrivendo apparentemente lo stesso problema e, quando inizi ad ascoltarle e a valutarle, accorgerti che hanno storie completamente diverse. Cambiano il lavoro, l’età, l’attività fisica, gli eventi vissuti, eventuali traumi precedenti, il modo di muoversi, le abitudini e il rapporto che ognuno ha con il proprio corpo.

È anche per questo che, con gli anni, ho imparato a non partire semplicemente dal punto in cui una persona riferisce un fastidio. Nel mio lavoro come chiropratico mi interessa soprattutto capire come sta funzionando quella persona nel suo insieme. La valutazione chiropratica, quindi, non è una formalità prima dell’aggiustamento, è una parte centrale della visita.

Raccolgo la storia personale e clinica, osservo postura e movimento, utilizzo palpazione statica e dinamica, test chiropratici e altri elementi che considero utili. Nessun test, preso da solo, mi interessa come risposta definitiva. Cerco piuttosto di capire se le diverse informazioni raccolte formano un quadro coerente e, solo successivamente, valuto se sia opportuno intervenire, dove e con quale tecnica.

Dopo venticinque anni una cosa mi è molto chiara: eseguire una tecnica è una parte del lavoro; scegliere con criterio se, dove e come utilizzarla è molto più importante.

Non mi interessa soltanto il punto che dà fastidio

Nel linguaggio chiropratico esiste il concetto di sublussazione vertebrale. È un termine che preferisco utilizzare con attenzione, perché nel contesto chiropratico non significa semplicemente avere una “vertebra fuori posto” e non deve essere trasformato in una spiegazione universale di qualsiasi problema.

Nel mio modo di lavorare significa soprattutto porre attenzione a segmenti vertebrali che, insieme agli altri elementi della valutazione, mostrano caratteristiche funzionali che meritano di essere considerate. È questo che cerco: non inseguire necessariamente il sintomo, ma capire quali aspetti del funzionamento e del movimento possano avere significato nella persona che ho davanti.

Negli anni ho lavorato con molti sportivi e anche questo mi ha insegnato molto. Gli sportivi sviluppano spesso una capacità molto raffinata di percepire il proprio corpo: si accorgono quando un movimento cambia, quando il recupero non è lo stesso, quando qualcosa non funziona come prima. Mi hanno insegnato molto sull’adattamento, sulla disciplina e sulla resilienza.

Ma ho imparato altrettanto dalle persone più comuni, quelle che semplicemente lavorano, si muovono, affrontano giornate impegnative e cercano di stare bene nel proprio corpo. E ho imparato molto anche da persone con storie di traumi fisici importanti: mi hanno ricordato continuamente quanto sia sbagliato dare per scontato che ciò che è avvenuto in passato spieghi automaticamente ciò che sta succedendo oggi.

È cambiato anche chi cerca un chiropratico

Un’altra cosa che ho visto cambiare profondamente in questi venticinque anni è il livello di informazione delle persone.

Anni fa molti arrivavano senza sapere quasi nulla della Chiropratica. Oggi incontro frequentemente persone che, prima di telefonare, hanno già cercato informazioni sulla professione, sulla formazione di un Dottore in Chiropratica e sull’Associazione Italiana Chiropratici. Alcune hanno addirittura contattato direttamente l’associazione prima di scegliere a chi rivolgersi.

Lo considero un cambiamento positivo.

Anch’io, per un periodo della mia attività professionale, sono stato responsabile della comunicazione dell’Associazione Italiana Chiropratici. Quell’esperienza mi ha permesso di vedere la professione anche da una prospettiva diversa da quella dello studio e mi ha fatto capire quanto sia importante spiegare correttamente che cosa facciamo, senza semplificazioni e senza trasformare la Chiropratica in qualcosa di spettacolare come troppe volte avviene sui social.

Sono Dottore in Chiropratica e membro dell’Associazione Italiana Chiropratici. Per me la formazione rappresenta il punto di partenza, ma dopo tanti anni continuo a pensare che formazione ed esperienza acquistino valore soprattutto nel modo in cui vengono utilizzate davanti alla singola persona.

Il corpo non è un oggetto passivo

C’è infine un’idea che mi accompagna fin dagli anni della mia formazione: il corpo possiede proprie capacità fisiologiche di adattamento, regolazione e recupero. Nella storia della Chiropratica questo principio è stato descritto anche attraverso il concetto di “Intelligenza Innata”.

Non lo interpreto come l’idea che il corpo possa guarire da solo qualsiasi cosa, né che la Chiropratica possa sostituire la medicina quando sono necessari diagnosi o trattamenti medici. Per me significa piuttosto ricordare che il corpo è un sistema complesso, continuamente impegnato ad adattarsi, e il compito del chiropratico, nel mio modo di vedere, non è quello di “guarire” la persona. È valutare ciò che emerge e, quando appropriato, lavorare sulla funzione vertebrale e sul movimento cercando di creare condizioni più favorevoli al funzionamento della persona.

Quello che spero di avere restituito alle persone

Se in venticinque anni ho imparato moltissimo dalle persone che sono entrate nel mio studio, so che questo scambio non è stato a senso unico.

Una delle soddisfazioni più grandi del mio lavoro è stata vedere quanto possa essere importante, per una persona, sentirsi ascoltata, comprendere meglio ciò che sta accadendo nel proprio corpo e trovare un approccio costruito sulla propria situazione invece che su un protocollo prestabilito.

Non esiste un risultato uguale per tutti e non credo nelle promesse facili. Ma credo profondamente nell’utilità di una valutazione fatta con attenzione, di una scelta tecnica ragionata e di un lavoro che abbia come obiettivo quello di favorire, quando possibile, una migliore funzione, una maggiore libertà di movimento e un rapporto più consapevole con il proprio corpo.

E adesso…

Dopo venticinque anni continuo a guardare avanti, alle persone che ancora incontrerò e a quello che potrò imparare da ciascuna di loro.

Se sarai una delle prossime persone che entreranno nel mio studio, partiremo da lì: dalla tua storia, da come stai oggi e da ciò che emergerà dalla valutazione.

Dott. Giancarlo Viano, D.C.
Dottore in Chiropratica – Membro dell’Associazione Italiana Chiropratici